Nostalgia della bella politica

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Siamo in Italia, e fra dieci giorni il Parlamento in seduta comune integrato dai delegati delle Regioni si riunirà per adempiere all’atto più importante di una legislatura che è comunque agli sgoccioli: eleggere la personalità cui la Costituzione affida l’arduo compito di rappresentare “l’unità nazionale”, cioè l’intero nostro Paese, con la sua storia, le sue virtù civili, i suoi principi solidaristitici, la libertà conquistata a caro prezzo e poi irrobustita negli anni, difesa anche col sangue da attacchi aperti e subdoli, interni ed esterni, spesso minacciata da poteri occulti e fiaccata dal tradimento dei suoi difensori. Ora siamo ad un tornante storico, un appuntamento ineludibile, ma lo spettacolo cui assistiamo in questa vigilia è angosciante: attorno al simulacro della patria, da alcuni degradato a bottino di guerra, si accaniscono personaggi indecorosi. Quello di cui più si parla, tentando di riscattare un passato vergognoso e un presente penoso, cerca di comprare consensi con le più suadenti e sfacciate tecniche del marketing pubblicitario. Praticamente si mette all’asta, vendendosi al migliore offerente, promettendo ciò che non può mantenere; incurante del rischio di seppellire, nel suo probabile fallimento, tutta la parte politica (forse più di metà del Paese) che ancora a lui si richiama, asservita se non ricattata. Ma gli altri, tutti o quasi, assistono al mercimonio senza riuscire – finora – a svincolarsi dalla logica perversa che li sta avviluppando; e così si perdono in trame senza capo, costruendo trabocchetti, inseguendo improbabili alleanze, lusingando e minacciando. Tutto, pur di non contribuire all’identificazione della personalità – donna o uomo – che meglio risponda all’identikit disegnato dalla Costituzione: così da far temere che non al rappresentante dell’unità nazionale si stia pensando, ma piuttosto al campione di una parte, per quando rappresentativa. Non un arbitro, come si definì all’inizio del suo mandato l’attuale Presidente, ma un capocannoniere.

Spettacolo degradante. Seppellito però, e per nostra fortuna, dall’ondata di commozione, di rispetto e di affetto che si è spontaneamente levata dal cuore profondo dell’Italia alla notizia dell’improvvisa scomparsa del Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, un uomo che ha attraversato due attività importanti della nostra vita pubblica – il giornalismo e la politica – i cui protagonisti non sempre sono stati all’altezza delle proprie responsabilità, ma che egli ha saputo interpretare valorizzandone principi ispiratori e prassi quotidiana. “Era un uomo di parte e anche un uomo di tutti”, ha detto ieri nell’omelia della Messa funebre il cardinale Matteo Zuppi che gli fu compagno di liceo e amico; “la sua parte era quella della persona: per lui la politica doveva essere per il bene comune. Ecco perché voleva un’Europa unita con i valori fondativi, e ha servito perché le istituzioni funzionassero. Non ideologie ma ideali, non calcoli ma una visione”. Basterà poco, nella recente biografia politica di David Sassoli, per mettere in rilievo i tratti salienti della “bella politica” a cui si è ispirato: la sfida vincente lanciata alla pandemia garantendo la continuità dei lavori parlamentari e rinsaldando il legame indissolubile fra istituzioni e cittadini, la proposta di mutualizzazione del debito per non gravare ulteriormente sugli Stati e le classi sociali più deboli, l’apertura dei palazzi del Parlamento ai poveri e ai senzatetto di Bruxelles. Impegni, ha detto ieri sua moglie, “con cui hai costruito con tenacia il tuo modo di essere, di fare, i tuoi valori”. C’è ancora una settimana, qui in Italia, per fare tesoro di questo esempio in vista dell’appuntamento più importante dell’anno appena iniziato.

 di Guido Bossa