Pd e 5Stelle alleanza da costruire

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All’interno del governo Draghi convivono forze politiche destinate, ovviamente, a dividersi nel momento elettorale. Il centrodestra, che pure vede la Meloni fuori dall’esecutivo, è in una posizione di vantaggio apparente in vista delle amministrative, perché è già una coalizione che governa città e regioni e si è sempre presentata unita. Le differenze non mancano e a volte c’è anche una distanza programmatica ma il fatto di presentarsi uniti da tempo è un notevole vantaggio. Nell’altra metà del campo politico la situazione è in divenire e per descriverla si ricorre alla fin troppo abusata parola cantiere.  PD e Cinque Stelle sono destinati probabilmente ad unire le proprie forze per contrastare il centrodestra. Un’alleanza, però, non può nascere solo contro ma ha bisogno di essere riempita da contenuti e poi anche da assetti di vertice. In tre anni i Cinque Stelle hanno subito un grande travaglio identitario ma anche il PD ha perso la sua anima e la tribolazione interna ha anche un percorso più antico. Un partito, che ha governato nell’ultimo decennio con Monti, Alfano, Grillo e ora anche con Salvini, è chiaro che fa fatica a riannodare i fili di un rapporto con la base. Il PD è diventato il partito della responsabilità, della salvezza nazionale e sempre di più è percepito come una forza politica lontana dai valori della giustizia sociale o dell’innovazione. Riprendere, o per meglio dire iniziare, un cammino nuovo è il compito che attende Enrico Letta che deve decidere come stare nel governo Draghi e come avviare un dialogo costruttivo con Giuseppe Conte con il quale prima o poi bisognerà scrivere un’agenda comune. Un’alleanza che può partire dall’identica collocazione europeista che i Cinque Stelle hanno compiuto e che la leadership di Conte va a rafforzare. Questo comune sentire va però completato con programmi e idee nuove e con la ricerca di un’intesa per le amministrative del prossimo autunno. Nelle precedenti regionali l’alleanza è andata male dove si è realizzata, per esempio in Liguria o in Umbria, mentre il PD ha vinto senza i grillini come in Campania, Puglia, Toscana ed Emilia. Test che appartengono al passato ma i prossimi appuntamenti non saranno rebus semplici da risolvere.  Roma e Milano hanno già due candidati sindaci che hanno governato senza il rispettivo appoggio, del PD nel primo caso e dei Cinque Stelle nel secondo. A Torino, Bologna e Napoli la ricerca di un candidato che tenga unito questo fronte è ancora in alto mare. Appare dunque sempre più probabile che in molti comuni Pd e Cinque Stelle dovranno ringraziare il sistema elettorale a doppio turno, che consente di mettersi insieme al ballottaggio. La fatica di trovare posizioni convergenti dunque appare più facile a livello nazionale rispetto a quello locale. Letta, dopo aver incontrato Renzi, ha comunque ribadito che l’intesa con i Cinque Stelle è una necessità anche se dovesse rinunciare all’apporto dei cespugli centristi che restano ostili al grillismo. Come ha scritto Stefano Folli però, “solo un PD forte, con una solida base elettorale, può legarsi ai Cinque Stelle senza timori di perdere identità. Tanto più che i due partiti non sono così diversi agli occhi del pubblico e rischiano di pescare negli stessi gruppi sociali, specie al centro-sud”. L’altro rischio che Letta e, in diversa misura anche Conte, devono evitare è l’eccesso di unanimismo che nel PD ha già prodotto l’effetto di un partito prima tutto renziano, poi zingarettiano e oggi lettiano. Un effetto solo apparente però, perché le fazioni e le correnti hanno continuato a dominare. Nei Cinque Stelle Conte è stato indicato leader, ma la “guerra” interna è in corso e gli esiti sono imprevedibili.

di Andrea Covotta