Riscoprire il valore delle relazioni

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Da qualche settimana ho dovuto constatare che alcuni miei cari e vecchi amici non si vedevano più nei soliti luoghi di abituale ritrovo, la chiesa della parrocchia di appartenenza o il bar dove quotidianamente prendevamo il caffè. Scherzosamente qualcuno diceva che erano in guerra. Questa constatazione mi ha fatto avvertire l’esigenza di domandare ad altri amici il perché di questa assenza. Con mia sorpresa mi fu risposto che la loro momentanea scomparsa era dovuta alla paura per il Covid. Eppure si tratta di amici professionisti, dirigenti politici, funzionari nella pubblica amministrazione che avevano sempre dimostrato una coraggiosa e attiva partecipazione in tutti gli eventi pubblici che attiravano l’attenzione collettiva. Questi fatti avvenuti all’interno di un perimetro relazionale vicino a noi mi ha fatto pensare che la potenza di un microscopico virus ha reso impotente l’umanità, in un momento storico globale in cui i potenti del mondo sono attanagliati da un delirio di onnipotenza senza limiti. L’urto di questa pandemia non conosce frontiere e non fa distinzione di popoli e di razze, di colti o incolti, di vecchi o giovani: siamo tutti uguali e tutti vulnerabili e mortali. Da qui la domanda: come concepire il provvisorio come spazio temporale eccezionale da accettare con una buona dose di sano fatalismo o nutrita speranza di tempi migliori? Molti studiosi del comportamento umano parlano di resilienza come attitudine necessaria per affrontare le emergenze. Questa attitudine si manifesta con le forme più banali della nostra quotidianità: fare il pane in casa, imparare lo yoga, addestrarsi con lo smart working, seguire corsi on line. Quindi adattamento creativo per evitare che la paura e la depressione ci assalgano. Probabilmente i miei amici assenti stanno vivendo questo straordinario momento di resilienza e lo stanno vivendo con una  encomiabile capacità che ci  costringe a non poche riflessioni esistenziali, come cittadini in cammino sulle vie  di questo nostro mondo, ancora afflitto dalla pandemia e dalle guerre “insensate”.Una prima riflessione ci porta a considerare che la persistente pandemia  probabilmente è la nostra grande opportunità, cioè la concreta possibilità di misurare il tempo secondo il bene da fare, fermandoci per qualche istante durante il nostro abituale e vorticoso “correre” per raggiungere traguardi inesistenti, spesso partoriti solo dalla nostra deleteria autoreferenzialità. Fermata che probabilmente ci porterà alla conclusione interiore che non viviamo solo per noi, ma siamo fatti gli uni per gli altri; Come credente , non  per abituale adesione come sedicente testimone di  una religione, ma  come aspirante per qualche testimonianza credibile anche per chi non crede, questa auspicata fermata ci consentirà  di accorgerci che dal Signore della vita abbiamo ricevuto anche il dono di relazione, la straordinaria forza del donare, la forza di riconvertire per se e per gli altri il dolore e la paura in speranza di riscatto. Allora  riscopriamo quanto affermava Ferre ’Roger-fondatore e priore della Comunità di Taizè in Francia, più volte ricevuto in Vaticano da San Giovanni Paolo II,-“cogliere la provvisorietà come possibilità di dono di sé-Alla tentazione dello scoramento e della sfiducia  occorre fare memoria dei tanti gesti di bene  di cui siamo  stati fati fatti oggetto: “ Non lasciate che le tenebre vi parlino” ripeteva il Priore di Taizé, pugnalato a   91 anni , mentre pregava, da una squilibrata mentale. Queste mie  modeste riflessioni le ho  comunicate per telefono ai miei amici in volontaria quarantena. Con mio sommo piacere, dal giorno dopo, ho ricevuto dagli stessi, almeno due riscontri telefonici giornalieri, con la sollecitazione di socializzare con loro le altre mie peregrinazioni interiori.

di Gerardo Salvatore