Riscoprire l’etica della politica

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Lo sconforto civile e culturale di Gianni Festa, delineato con molta sofferenza nel suo editoriale di domenica scorsa, mi fa avvertire il dovere – per una molteplicità di ragioni – di tentare, sommessamente, una riflessione da tempo maturata, lungo il non facile e pluridecennale itinerario d’impegno sociale, culturale e politico. La poca permeabilità di un credibile pensiero sociale che approda ad una conseguente e significativa proposta sociale ha fatto progressivamente inaridire il terreno della rappresentanza politica ai vari livelli istituzionali. Questo fenomeno di desertificazione del tessuto sociale, come quello causato dalla crisi climatica, benché preventivamente denunciato, non ha avuto un riscontro terapeutico da parte della pubblica opinione, non solo italiana, che, in sede di opzione partitica, negli ultimi trenta anni, non ha mai saputo coniugare le ragioni di una prospettiva programmatica di sviluppo integrale con le percepibili capacità progettuali delle classi politiche dirigenti. Il nostro microrizzonte politico irpino, costituisce il luogo paradigmatico di uno scadimento profondo dello spessore culturale e politico dell’attuale quadro dirigente con qualche dignitosa eccezione. All’interno di questa realtà si rivela davvero difficile costruire le premesse culturali per una polifonia sociale di presenza attiva nella vita sociale e politica da parte di significative stature che hanno preferito – spesso costrette – di rimanere nella penombra di un perimetro personale che, proprio in quanto tale, si rivela incapace di offrire percorsi osmotici di crescita culturale, sociale e politica. Ma cosa vuol dire essere attivi, nella vita sociale e politica? È una domanda che molti giovani rivolgono a noi che non abbiamo più vent’anni, ormai nonni, benché costretti a lasciare le pantofole nel cassetto, per svolgere quella diffusa e necessaria azione di supporto quotidiano alle famiglie dove la mamma lavora con orari non compatibili ai ritmi tradizionali delle esigenze familiari. Prima di rispondere alla domanda dobbiamo necessariamente recuperare la consapevolezza che a fronte dell’attuale dittatura delle opinioni – tecnologicamente propinate – bisogna ricorrere ad una ecologia del linguaggio che consente prioritariamente ai giovani di discernere sui nessi profondi tra moralità e politica, tra verità e politica. In politica, contrariamente a quanto comunemente si crede la moralità non è solo l’onestà. Questa è una condizione preliminare dell’agire politico, attraverso il propedeutico percorso sociale. Basterebbe attivare sempre il filtro della selezione preventiva per evitare la sempre più dilagante corruzione. Ho sempre creduto che la moralità della politica e l’essere competenti, avere la costanza e l’umiltà di leggere quotidianamente i segnali forti delle emergenze sociali quotidiane, essere capaci di realizzare, nei tempi e nei modi previsti, ciò che si promette agli elettori. In buona sostanza, significa avere un robusto fondamento etico della politica e una costante e realistica capacità di leggere la domanda di sviluppo integrale del territorio di appartenenza. Essere attivi nella vita sociale e politica significa anche essere portatori di una sana indignazione, intesa come costante rilevazione di fatti che fanno a cazzotti con il senso di umanità e di giustizia. Significa anche recuperare il grande messaggio manzoniano della luminosa indignazione di Fra Cristoforo contro la persecuzione dell’indifesa Lucia. La sana indignazione, frattanto, s’illumina della luce profetica dell’imminente Natale: da questa luce scaturisca il nostro modesto, ma non inutile impegno, per fugare le ombre, sempre più angoscianti, del catastrofismo, del fanatismo morale, del giustizialismo fazioso, dell’abbandono della via del dialogo e del confronto che rimane ancora quella maestra della nostra democrazia. Credo sia questo l’augurio migliore che, come cittadini e come cristiani, dovremmo vicendevolmente farci.

di Gerardo Salvatore