Ritratto di un Bipolarismo zoppicante

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Pur considerando i limiti propri di un test amministrativo come quello di domenica scorsa e in attesa di conferme ai prossimi ballottaggi, si può azzardare che il voto nelle città abbia sancito la fine del bipopulismo di destra e di sinistra (Lega e Cinque Stelle), che si era imposto all’inizio della legislatura che ormai volge al termine. Un ciclo si sta chiudendo con un bilancio, dal punto di vista della maturità democratica del Paese, decisamente negativo: forse non tutti se ne rendono conto, ma in questi anni l’Italia ha slittato verso i margini del campo democratico nel quale si era collocata dal secondo dopoguerra, ha coltivato la tentazione di ripudiare la sua tradizione europeista e occidentale, ha messo in discussione l’unità stessa della nazione. Il fatto che alcuni dei protagonisti di quella nefasta stagione stiano oggi nel governo più coerentemente europeista ed atlantico che abbiamo mai conosciuto si spiega solo rifacendosi al peggior trasformismo che fa parte della tradizione postunitaria. Ma tant’è: la storia ha conosciuto più di un dirigente politico che ha tentato, con successo, di voltar gabbana senza pagare dazio e neppure chiedere scusa. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Piuttosto conviene riflettere sul nuovo ciclo politico che si sta aprendo all’insegna del bipolarismo: un sistema democratico classico, virtuoso, con una destra e una sinistra riconoscibili, o meglio (come si dice ora) un campo progressista e un campo conservatore, pluralisti al loro interno, egualmente legittimati a governare sulla base di programmi alternativi e di un limpido consenso elettorale. L’appuntamento per questa svolta epocale che dovrebbe rimettere le cose a posto è per le elezioni politiche generali ormai vicine, che speriamo (ma il dubbio c’è) nessuno pensi di rinviare causa guerra. Bipolarismo vuol dire competizione, fedeltà ai programmi, alternanza, ricambio delle classi dirigenti, fuoriuscita da un’emergenza che ci ha posto al confine della coerenza democratica. Un miraggio? Per rimettere i piedi per terra bisogna guardare a quell’embrione di bipolarismo che è uscito dalle urne del 12 giugno: un bipolarismo ancora zoppicante. I poli attorno ai quali sembra dislocarsi il sistema politico-istituzionale sono il Pd e Fratelli d’Italia: praticamente si eguagliano nei consensi, ma se guardiamo al loro interno vediamo contraddizioni ancora non risolte che ne minano la stabilità. C’è poco da fare: i dubbi più consistenti riguardano una destra che sarebbe egemonizzata da Giorgia Meloni, la cui propensione sovranista, per non dire schiettamente nazionalista, la pone al centro di un filone storico-culturale ben riconoscibile e inquietante, visti i risultati cui ha dato esito nel Novecento italiano. Per motivi diversi, né la Lega, né Forza Italia sarebbero a loro agio in un recinto politico estraneo al moderatismo europeo e infatti, nonostante l’unanimismo di facciata, la leadership di Giorgia Meloni è tutt’altro che scontata. Ma anche nel polo progressista sono visibili contraddizioni non risolte. Le elezioni amministrative hanno decretato il crollo delle illusioni pentastellate, ed ora il partito fondato da Beppe Grillo è sull’orlo della scissione. Il paradosso vuole che i due tronconi, con Di Maio da una parte e Conte dall’altra, si contendano i favori di Enrico Letta e Mario Draghi, anche se il secondo sembrerebbe anche tentato da una corsa solitaria. Che vinca l’uno o prevalga l’altro, comunque, anche la gamba progressista del bipolarismo risulterebbe zoppicante.

di Guido Bossa