“Tutti hanno diritto a una seconda possibilità”: parla l’ex corriere di Gomorra

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Di Vincenzo Fiore

I libri possono salvare una vita. No, non è un luogo comune, ma la vera storia di un ragazzino cresciuto nelle vele di Scampia e diventato manovalanza della camorra. È il racconto del cambiamento che ha trasformato “Ciao Crem” (nomignolo con il quale veniva identificato dai tossici) in Davide Cerullo, uno scrittore che si sporca le mani quotidianamente per cambiare le cose. Erri De Luca l’ha definito un «tizzone scampato da un incendio». Questo uno dei passaggi tratto da Diario di un buono a nulla. Scampia, dove la parodia diventa riscatto (Società Editrice Fiorentina, 2016), in attesa di pubblicare un fumetto dal titolo Argento vivo: «Ancora prima di essere vittime dei nostri sbagli eravamo vittime degli altri. Per troppi eravamo i ripetenti, i malacarne, gli analfabeti figli dei disoccupati, quelli con le scarpe bucate e il frigorifero vuoto. La nostra infanzia solo un’emergenza continua, quasi fosse stampato nel nostro codice genetico il rischio, quando eravamo semplicemente esclusi con la morte che ci girava intorno. Avevamo promosso il boss e bocciato la vita, e la Camorra la nostra unica famiglia». Davide Cerullo si racconta oggi ai microfoni de “Il Quotidiano del Sud”.

Qual è il contesto familiare in cui è nato?

Sono il nono di quattordici figli, otto maschi e sei femmine. Mio padre era molto severo e autoritario, di mestiere pastore. La scuola in quel contesto era considerata un segno di debolezza. Non attribuisco però il fatto di essere stato incastrato nell’ingranaggio criminoso a causa della mia famiglia, ma alla povertà culturale ed economica. La camorra sembrava colmare il vuoto lasciato dallo Stato, sembrava che potesse risolvere tutti i tuoi problemi, invece li moltiplicava. Fatta eccezione per tre delle mie sorelle, siamo finiti tutti in carcere.

Come ebbe inizio la sua carriera criminale?

Ho iniziato a dieci anni, trasportavo da un quartiere all’altro droga e armi. Essendo un bambino, non davo nell’occhio alla polizia. A quattordici anni mi fu affidata la prima piazza di spaccio, arrivavo a guadagnare già novecentomila lire al giorno. Facevo parte di un sottogruppo del clan di Lauro. Ci tengo a sottolineare però, che questi reati che ho commesso, non li ho commessi perché sono nato a Scampia, ma perché non ho ricevuto gli strumenti necessari per potermi difendere. Con tali condizioni, avrei fatto le stesse cose anche a Milano o a Bergamo. Senza una famiglia che mi seguisse e senza un’istruzione adeguata, è facile perdersi.

A che età è stato arrestato?

Sono stato arrestato a sedici anni. Poco dopo sono stato vittima di un agguato, mi hanno sparato. Sono stato quaranta giorni in ospedale e una volta uscita sognavo di vendicarmi. I miei aggressori però morirono e fortunatamente non mi macchiai di questo reato.

Cosa si provava a convivere con la paura di poter essere sparato da un momento all’altro?

Non avevamo paura di essere sparati, faceva parte del gioco, cioè dell’essere parte degli inutili idioti della camorra. Per noi era un atto di coraggio. A farci paura era solo la miseria, non avere vestiti firmati, non essere alla moda, non avere la moto, non avere le donne, l’oro da ostentare al collo. Il non avere era il nostro più grande timore.

All’improvviso però, sente che qualcosa sta cambiato dentro lei…

Quando in carcere ho strappato due pagine dal Vangelo e ho scoperto il ruolo “sanitario” della parola. Sfogliando le pagine lessi il mio nome, Davide, fu come rimpossessarsi di se stessi. Entrare in contatto con un libro, era per me qualcosa di nuovo. Poi col tempo arrivarono gli altri libri, la poesia mi ha riesumato. Gesù è stato il più grande psicoterapeuta di tutti i tempi.

Colpisce il titolo di uno dei suoi libri: Poesia cruda. Gli irrecuperabili non esistono (Marotta e Cafiero Edizioni, 2017). C’è sempre la possibilità di cambiare?

Sì, sempre. Non dobbiamo precludere la speranza a nessuno. Tutti hanno diritto a una seconda possibilità. Anche uno spietato criminale può trasformarsi in una risorsa per gli altri. Nessuno nasce cattivo, anche se serie come Gomorra fanno credere il contrario e fanno pensare a casi irrecuperabili. Mi piace leggere di più la Napoli raccontata da Pasolini anziché quella di Saviano.

Qualcuno potrebbe rispondere che raccontare un fenomeno significa anche evidenziarlo, far sapere al mondo che esiste per risolverlo. Esiste un modo giusto, secondo lei, per raccontare il bene e il male di un luogo?

Occorre concentrarsi sui problemi da risolvere alla radice: la povertà, la fame, la scolarizzazione. Raccontare solo il male in quel modo, significa subirne il fascino. Il libro di Gomorra, così come pure il film, hanno lo scopo di denuncia. Quello che è venuto dopo è business. Mi chiedo come i registi, gli attori e i vari collaboratori non si pongano il problema di quali siano le conseguenze della violenza di quelle immagini che arrivano anche nelle case dei più fragili. Non si parla della bellezza, dello stupore e di tanto altro. Le dirò di più, molti camorristi vedendosi rappresentati, sono orgogliosi di qualcosa della quale dovrebbero vergognarsi. L’immagine delle vele di Scampia è la cartolina più venduta di Napoli, questo dovrebbe far riflettere sul fascino che la criminalità può esercitare.

Quanti amici della sua infanzia oggi non ci sono più?

La maggior parte dei ragazzi con i quali sono cresciuto non ci sono più. Ho conosciuto anche Gaetano Marino, detto “o’ moncherino”, quando ancora aveva le mani. Tanti non hanno avuto la possibilità di capire i propri errori. Io sono stato fortunato e oggi posso dire di essere felice. Io mi sono ripreso la mia dignità, la mia identità, il mio nome, tanti non l’hanno fatto e sono morti o sono in carcere. Coloro che sono in vita sono soltanto numeri, come pecore che seguono il capo che sta loro davanti.

A proposito del boss Gaetano Marino, cosa ne pensa che la sua ex moglie Tina Rispoli (figlia di un altro boss, Nicola detto o’ boxer) sia stata ospitata in tv in prima serata?

Per l’audience si farebbe di tutto, capita anche che programmi televisivi possano appoggiare e sponsorizzare inconsapevolemente determinati fenomeni. Ci sono persone, magari vittime della loro stessa ignoranza, che ascoltano Tina Rispoli e Tony Colombo, ma qui a Scampia non rappresentano nulla.

Dopo la morte, lei crede che ci sia una vita migliore di questa?

Lo spero, sarebbe bello per coloro che hanno avuto una vita difficile su questa Terra.

Dopo essersi trasferito al Nord, perché è tornato a vivere nello stesso luogo dove è costretto, anche solo per quanto riguarda i ricordi, a fare i conti con il suo passato?

Sì, sono stato di fatto adottato da una famiglia a Modena. Cinque anni fa sono tornato però a casa perché credo che si possa rimanere nella propria terra, provando a mettere a disposizione la propria quota di responsabilità.

Ha evidenziato che a Scampia mancassero spazi di magia per i bambini e si è impegnato in prima persona per crearli. Di cosa si occupa precisamente?

Ho creato “L’albero delle storie”, un luogo pieno di colori e di libri a disposizione per i più piccoli. Piantiamo alberi, ci occupiamo delle galline, abbiamo due caprette, quattro conigli, due papere e due gatti. In questo poco spazio tentiamo di fare la rivoluzione. Non condivido l’operare di molte altre associazioni o anche di librerie, che restano ancorate nel linguaggio all’opposizione di quel mondo criminale. Non condivido slogan del tipo: “Qui si spacciano libri”, è inutile utilizzare le stesse parole dei clan per ribaltare la situazione, i libri non hanno bisogno di stratagemmi, volano da soli. Molti fondi per le associazioni, li destinerei agli insegnanti precari, si farebbe molto di più.

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine, diceva Falcone. Lei che ne pensa?

Potrebbe avere una fine, se torniamo a utilizzare le parole giuste, se diffondiamo ovunque il valore dell’istruzione. Infine, creare leggi speciali che scoraggino i mafiosi a fare i mafiosi, a partire dalle pene certe.

Che cos’è la libertà per Davide Cerullo?

Essere liberi non vuol dire fare quello che si vuole, essere liberi è fare il giusto. La libertà sta nell’essere giusti.

Se si trovasse di fronte al piccolo Davide, oggi, cosa gli direbbe?

Gli direi che non conviene delinquere. La vita è una cosa seria, è il dono più grande e non vale la pena di svendere tutto così.