Un outsider per il Quirinale?

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Anche se mancano nove mesi alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, la corsa, o la battaglia per la successione è già iniziata, mentre l’esperienza delle ultime elezioni presidenziali suggerisce di non azzardare previsioni sul nome del successore. I candidati, a destra come a sinistra (soprattutto nel centrosinistra) sono numerosi, e qualcuno sta già organizzando strategie e muovendo le sue pedine; ma il campo è ancora confuso e le ipotesi si accavallano. Potrebbero essere maturi i tempi per la scelta di una donna, e le personalità di prestigio sono più d’una; lo stesso Mattarella, che anche recentemente ha escluso la rielezione, potrebbe ripensarci, se sollecitato dai partiti, per superare uno stallo parlamentare; ma soprattutto non è da escludere la candidatura di un outsider, che fu determinante nell’avvio degli ultimi due settennati. Si ricorderà che l’elezione di Giorgio Napolitano, primo e finora unico ex comunista a salire al Colle, fu propiziata dalla sua nomina a senatore a vita da parte di Carlo Azeglio Ciampi, a fine settembre 2005 (fu poi eletto il 10 maggio dell’anno successivo); mentre lo stesso Mattarella fu indicato a sorpresa da Matteo Renzi, a votazioni praticamente avviate. Entrambi, sia detto per inciso, si sono rivelati ottimi presidenti, riuscendo a garantire il massimo equilibrio istituzionale possibile in situazioni di instabilità politica e di crisi economica come quelle che l’Italia ha attraversato e ancora sta sperimentando.

Come si sa, ogni elezione presidenziale fa storia a sé e anche quella che andrà in scena a gennaio del 2022 non sfuggirà ad una regola ampiamente collaudata. In questo caso, il nome dell’outsider è già noto, ed è quello di Mario Draghi, estraneo al ceto politico italiano almeno fino al febbraio di quest’anno, quando ricevette da Mattarella l’incarico di formare il nuovo governo con l’esplicito mandato di predisporre il programma di investimenti e di riforme che l’Italia ha in questi giorni presentato alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere alla crisi economica provocata dal Covid-19. Il passaggio da palazzo Chigi al Quirinale sembrerebbe a questo punto cosa fatta, ma l’automatismo non tiene conto della durata del progetto, che scade nel 2026 e la cui attuazione richiede un costante e attento monitoraggio da palazzo Chigi. Draghi offre le necessarie garanzie alla Commissione di Bruxelles per la corretta realizzazione del Piano, e le ha fatte valere autorevolmente proprio la settimana scorsa, prima di mandare il documento al Parlamento italiano; dunque dovrebbe restare alla guida del Governo anche nella prossima legislatura, che inizia nel 2023. Ma, allora, chi al Quirinale? Torniamo alla lotteria degli outsider, con l’incognita dei numeri necessari per eleggere il successore di Mattarella (i due terzi dell’assemblea, la maggioranza assoluta dopo la terza votazione). Nel voto di fiducia al governo e in quello che ha approvato il suo Piano di investimenti, Draghi ha dimostrato di poter superare ampiamente l’asticella; ma se non fosse lui il prescelto per il Colle, chi potrebbe ottenere lo stesso risultato? Qui la corsa si riapre e i candidati si affollano; e poiché nell’assemblea dei Grandi Elettori (i parlamentari più i rappresentanti regionali) la presenza del centrodestra è molto più folta che nel passato, questa volta per i progressisti (sostanzialmente Pd e Cinque Stelle) potrebbe essere difficile far passare un proprio uomo (o donna). Le cronache di questi giorni, con la difficoltà ad indicare candidature comuni per il governo delle grandi città (si vota in autunno) dovrebbe far squillare un campanello d’allarme.

di Guido Bossa