Apollo Helios e Diana Ecate, quella lucerna al Museo 

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Nel Mu seo Irpino, fra le lucerne fittili del fondo Zigarelli, vi è un esemplare in buono stato di conservazione, di forma circolare e dalla lunghezza massima, compresa l’ansa di circa 12 cm.; reca sul becco rotondo due semicerchi impressi che, uniti al centro, formano un cuore. In mezzo alla base, ad anello schiacciato, fra tre cerchi concentrici, è riportata, sempre ad impressione, la firma del fabbricante su due righe in carattere corsivo greco: KELCEI; sul disco, invece, sono riprodotte due figure a rilievo a mezzo busto. Questo instrumentum domesticum, di cui si ignora la provenienza, è perfettamente identico, anche nella firma, a quello rinvenuto nella Civita di Atripalda, nel cubiculum della domus, esposto in mostra provvisoria presso il carcere borbonico di Avellino. Il pezzo del Museo e, per analogia, quello della Civita, rientrano nel tipo VIII A delle lucerne di Cartagine (1) che si datano verso la fine del I sec. d.C.; appartengono alla classe delle lucerne con “becco a cuore” che hanno una cronologia abbastanza lunga, dal terzo venticinquennio del I sec. d.C., alla fine del II sec. d.C. Le più antiche e, ciò è, del tipo VIII A di Deneauve, come l’esemplare del Museo irpino, hanno la spalla liscia, senza alcuna decorazione; quelle con la spalla decorata, invece, rientrano nel tipo VIII B di Deneauve e si datano dal 140 alla fine del II sec. d. C.(2). Interessante, sul disco della lucerna del Museo irpino, è la raffigurazione di due busti accoppiati di divinità: Apollo Helios (3) e la triforme Diana Ecate, regina della notte (4). La figura del dio solare con la testa cinta da raggiera è abbastanza diffusa tra gli artisti campani in età ellenistica; un riscontro, nel caso particolare, si può avere con una pittura pompeiana conservata nel Museo nazionale di Napoli, replica di originale ellenistico; qui il nume dell’Olimpo greco compare affiancato da una giovane donna con il capo radiato come sul disco della lucerna in esame(5). Generalmente, Helios, nella tradizione classica viene rappresentato alla guida di cavalli alati, qualche volta in compagnia di Selene (6). In periodi successivi compare sulle lucerne senza il carro, a mezzo busto, da solo o in compagnia di una divinità della notte(7). La sua figura, isolatamente, è anche presente sul diritto di una moneta di bronzo con la legenda ROMA -217-215 a.C.(8)-; sul diritto di due emissioni, egualmente di bronzo, della zecca di Valecha, città campana, conosciuta soltanto attraverso la sua monetazione(9) ed anche sulle monete imperiali romane. Con l’avvento del cristianesimo, dopo l’editto di Costantino, nel 313, questa divinità solare non scompare, ma continua a decorare i dischi delle lucerne, come appunto attesta un esemplare a canale di Cartagine della fine del IV sec. d.C.(10). Le rappresentazioni decorative su quest’umile strumento domestico, utilizzato anche per scopi funerari(11), furono varie e bizzarre prima dell’editto di Costantino che riconosceva la libertà di culto ai cristiani. I diversi proprietari di officine che operavano nel bacino del Mediterraneo, al fine di rendere i loro prodotti pregiati, originali e più commerciabili, sfruttarono qualsiasi soggetto del mondo della mitologia, della storia, della vita sociale e della pornografia, superando ogni limite del pudore(12). Dal IV sec. in poi, però, il repertorio decorativo mutò e sul disco delle lucerne comparvero episodi del Vecchio Testamento, come gli esploratori di Canaan, simboli del cristianesimo, come la croce monogrammatica o rappresentazioni di animali e del mondo vegetale( 13). La figura muliebre, invece, affiancata ad Helios sulla lucerna del Museo irpino, con una fiaccola disposta di traverso, quasi accostata al petto, è riprodotta in un atteggiamento patetico, umano, caratterizzato dall’acconciatura dei capelli, coperti da un lembo di velo (capite velato), di moda presso le donne romane del I sec. d.C. Tali particolari circa l’abbigliamento confermano la cronologia delle lucerne con “becco a cuore”, senza decorazione sulla spalla, verso la fine del I sec. d.C. Riscontri puntuali si trovano nella statua ercolanese di Viricia, madre di M.N.Balbo, patrono di Ercolano nel 71 d.C., morto qualche anno prima dell’eruzione del Vesuvio ed in quella della contemporanea sacerdotessa Eumachia, patrona delle corporazioni dei Fullones (lavandai) a Pompei, entrambe conservate nel Museo nazionale di Napoli( 14). Sulla identità della donna affiancata ad Helios sulla lucerna del Museo irpino e su quella della Civita di Atripalda, non vi è alcun dubbio che sia Diana Ecate e non Selene. Questa divinità minore dell’Olimpo greco, il cui nome indica la personificazione della luna, è rappresentata in tarda età classica ed in periodo ellenistico con il crescente lunare sulla testa, come Artemide cacciatrice( 15); tale iconografia si ripete in periodo imperiale romano su monumenti di importanza minore come, ad esempio, su due lucerne di Cartagine, riportate nel catalogo di Deneauve( 16). Diana Ecate, invece, reca una fiaccola, come nel nostro caso. La conferma risalta considerando un vaso a figure rosse di Berlino, le monete di Hipponion, antica città presso Vibo Valenzia, nell’antico Bruttium, oggi Calabria, vasi con il mito di Trittolomeo, re degli Eleusi, nell’Attica, inventore dell’aratro, una statuetta in bronzo del Museo capitolino ed in altri monumenti( 17). Per quanto concerne, poi, la firma di fabbrica, KELCEI (18), impressa alla base delle due lucerne irpine, in greco, è opportuno sottolineare che il fabbricante non è un greco, bensì un latino che opera in una località non identificata della Campania( 19). Il suo nome è Celso, espresso al genetivo e significa di Celso, oppure dall’officina di Celso(20). E’ riprodotto in lettere dell’alfabeto greco, probabilmente per allargare l’area del commercio, poiché i greci erano ben accreditati nel sud della penisola con manufatti elaborati e raffinati. Note bibliografiche 1)Jean Deneauve, Lampes de Cartage, Paris 1974,p.193;p.239 per saggio di classificazione tipologica e cronologica. 2)Jean Deneauve, op.cit.pp.193-4; p. 239,come sopra. 3)Herbert Jennings Rose, Oxford Classical Dictionary, 1970; trad. Italiano, Dizionario di Antichità Classiche, Cisinello Balsamo(Milano), S. Paolo 1995, pp.1084-5; Helios nel V sec. a.C. risulta già assimilato ad Apollo. Cfr. anche Enciclopedia Arte Antica alla voce Helios che particolarmente è assimilato ad Apollo e ad altre divinità. 4)Marina A. La penisola incantata: Ecate dea triforme. Ecate è la luna in cielo, Diana in terra, (Kore) agli inferi. E’ triforme perché nascente, piena e decrescente. Inoltre Orazio riferisce dei tria virginis ora Dianae (I tre volti della Vergine Diana) o di Diana triforme; Horatius carmina 3,22,4. Anche Virgilio attesta di Diana triformis (Diana triforme); cfr. Vergilius, Aen. 4,511,b. 5) Virgilio Catalano. La lucerna di Civita, cfr. nota 5, Estratto dalla Rivista Samnium, Annata XXV, Napoli, Istituto della Stampa, 1953. Il Catalano, in proposito, tra l’altro, cita la Guida del Museo Nazionale di Napoli, Ruesch e riporta il numero di inventario della pittura, 9536. All’inizio dell’articolo riferisce anche che fuori il perimetro delle mura, nella località Civita di Atripalda, rinvenne due anni fa, penso il 1951 se si considera la data della pubblicazione della Rivista, 1953,nei pressi del torrente Schifa una lucerna con magnifico emblema nello scudetto superiore e in quello inferiore la marca di fabbrica, KELCEI; non menziona, però, a chi il reperto sia stato affidato che presenta particolari differenti da quello dello Zigarelli. 6)Enciclopedia Arte Antica, 1960. Helios (Coperchio di pisside di Londra) 7)Deneauve, op. cit., nn.282,581,505,1131 da solo; n. 650 in compagnia di Selene. 8)M.Crawford, Roman Republican Coniage, London, 1974,39/4,217-215 a.C. 9)A. Sambon, Les Monnaies Antiques de l’Italie, Paris ,1903,pp.414- 15, nn. 1064-1065 (verso 250-210 a.C.). Lo studioso Gerardo Troncone, attraverso una ricerca attenta e puntuale, pubblicata su questo quotidiano in più puntate, dimostra che Valecha deve essere identificata nell’antica Abellinum, sulle rive del Sabato; l’idea non deve considerarsi peregrina e né lo studio sottovalutato. 10)Deneauve,op. cit.,n.1131 con firma SOLIS alla base. 11) L’esemplare in esame, non avendo il becco combusto, è probabile che abbia avuto un uso funerario. 12) Deneauve, op. cit.;il n.336 supera ogni limite di pudore: uomo nudo in ginocchio che si accoppia con donna in maniera innaturale. Cfr. anche C. Grella. Le lucerne di Aeclanum. Estratto dalla Rivista “Economia Irpina”, n.1,1984, nn.34-35; figura muliebre accoccolata che si diletta con surrogato di fallos. 13) C.Grella. Quelle lucerne africane del Museo Irpino di Avellino, ripubblicate dal Corriere dell’Irpinia l’11-2-2014, nn.1-15. 14)Virgilio Catalano, op.cit., cfr. nota 7; le statue delle due donne, Viricia ed Eumachia, opera di scultori campani, sono riportate dall’HEKLER Die Bildniskunst der Griecheen und Romer, ed. 1912,p.204, tav.a-b. 15)Cfr. Selene in Enciclopedia Arte Antica, 1966; Selene reca sulla testa le corna del crescente lunare. (Articolo di E. Paribeni con bibliografia). 16)Deneauve ,op. cit., nn. 649-650. 17)Enciclopedia Arte Antica, 1960, voce Ecate. (cfr. nota di A. De Franciscis con bibliografia). 18)C. Grella, Le lucerne di Aeclanum, op. cit.; la firma KELCEI ricorre anche alla base di tre lucerne di Aeclanum, nn.26-27,29, ma di diversa tipologia; i nn. 26-27 recano sulla spalla tre file concentriche di perline senza decorazione sul disco; il n.29, invece, ha la spalla liscia e sul disco evidenzia un tralcio con due grappoli pendenti. 19) V.Catalano, op. cit.; alla nota 15 riferisce che il centro di produzione campana di oggetti fittili, probabilmente, furono: Capua, Abella, S.Potito Sannita, Nola, Pozzuoli etc. 20)V.Catalano, op. cit., nota 16; il genitivo KELCEI (nota il sigma arcaico) si spiega, quindi, con l’ablativo di provenienza, ex officina, solitamente sottinteso nei bolli di fabbrica.

Di Consalvo Grella pubblicato il 01/06/2014 sul Quotidiano del Sud