Bonito, quel fregio dorico che racconta la battaglia di Azio 

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1851

Argomento di questa mia nota è un fregio dorico di marmo a forma lineare, rinvenuto nella piazza centrale del Comune di Bonito (zona di Aeclanum), nelle fondamenta di una vecchia abitazione, demolita per costruire la nuova Sede comunale. Attualmente il reperto è collocato in loco, proprio davanti alla nuova Sede municipale, sistemato decorosamente a spese del’Amministrazione comunale su una base in opus latericium (1). Il fregio in esame, originale per le sue decorazioni metopali, che sono contenute tra due triglifi a listelli lievemente appiattiti, deve essere inserito in quel contesto di monumenti funerari ad «ara» o a «dado» di cui i prototipi trovano riscontro in alcune zone dell’Italia in epoca tardo-ellenistica e, nei centri minori,a cavallo fra l’età repubblicana e quella augustea(2). I temi decorativi dei fregi di questi monumenti in linea di massima sono costituiti da motivi vegetali di reminiscenza ellenistica, simboli sacrali con teste taurine e patere di significato cultuale, centauri e la lupa di Roma di significato mitico- religioso, armi, navi e strumenti diversi, attinenti alla vita del defunto (3); questi ultimi rientrano nel contesto di quell’arte detta «popolare »(4), di cui un esempio si può avere nel monumento di Isernia di C. Septumelius Obola(5), o in quello del Goleto di S. Angelo dei Lombardi del primipilaris M. Paccius (6). Il fregio di Bonito che si riallaccia a quel tipo di arte popolare, diffusa maggiormente nei centri minori, evidenzia due metope, relative ad un tridente avvolto in due delfini e ad una prora di nave con torre. Il tridente avvolto tra due delfini non è un’iconografia insolita, perché ricorre sovente sulle piramidi di are ossuarie ad Aquileia (7), ed è sintomatico che tale iconografia faccia riferimento a persone che hanno avuto rapporti con la vita marinara. Il nostro monumento, di cui resta solo un elemento, il fregio, rimane anonimo, perché mutilo del titolo sepolcrale. Tuttavia, una ricostruzione sommaria dello stesso, si potrebbe avere, prendendo a modello il sepolcro di C. Nonius di Isernia, composto da un dado con il titolo sepolcrale, posato su un plinto con modanatura e coronato da un fregio dorico; al di sopra di questo dado era un epistilio, destinato a sostenere pulvini o acroteri,oppure una sovrastruttura naomorfa (8). Stabilita approssimativamente la forma del monumento, ci resta da evidenziare il significato delle metope del fregio in questione e, possibilmente, inserirlo in un contesto storico-cronologico, in conformità delle decorazioni su di esso riprodotte. A parte la prora di nave (rostro) che è il simbolo della potenza marinara di Roma e che incominciò ad apparire sul rovescio delle monete di bronzo del 338 a.C., allorquando l’Urbe ebbe una vera marina da guerra, avendo per primo liberato il Tevere dal dominio degli Etruschi di Caere e di Tarquinia con il dittatore, Marcius Rutilus, nel 335 a. C.(9), il tridente con il delfino sta a significare l’ emblema di una flotta o di una nave. Un esempio pertinente ci viene da una bireme da guerra romana sul fregio sul tempio della Fortuna primigenia a Palestrina; infatti, sotto la prora della bireme appare il coccodrillo, insegna della nave (10). Nel caso che ci riguarda, l’insegna, invece, è il tridente avvolto dal delfino; tale emblema trova riscontro sul rovescio di un denario repubblicano appartenente al Console C. Sosius (11) il quale fu alla testa di una divisione navale di Antonio contro Ottaviano nella battaglia di Azio nel 31 a.C. Pertanto, si può affermare con una certa sicurezza che il fregio dorico di Bonito faceva parte di un monumento funerario, appartenente ad un ex classarius (marinaio) della zona di Aeclanum, partigiano di Antonio, il quale, alle dipendenze del Console C. Sosius prese parte alla battaglia di Azio, nel 31 a.c., ricoprendo probabilmente anche un incarico di un certo rilievo, se si considera che sul fregio sono riprodotti due delfini, anziché uno (12); esempi di personaggi appartenenti ad un ceto che si potrebbe definire borghese nei municipi e nelle colonie: decurioni, magistrati, militari, che hanno tramandato le loro cariche ricoperte in vita attraverso vistosi o modesti monumenti funerari, sono numerosi. Quello più vicino in Irpinia ci viene dal distrutto monumento funerario di S. Angelo dei Lombardi, di cui alcuni elementi superstiti, con il titolo sepolcrale, furono inseriti nel Campanile dell’Abbazia di S. Guglielmo al Goleto. Esso, per stile e concezione architettonica, si collega al Mausoleo di P. Numisius Ligus di Sepino (13), ma è alquanto diverso per mole da quella classe di monumenti con fregi dorici, come quello di Bonito. E’ interessante, però, menzionare del Mausoleo di S. Angelo dei Lombardi in questa sede le figurazioni scolpite che fanno riferimento, appunto, alla vita del defunto. Infatti, oltre all’epigrafe in caratteri molto belli e regolari, ascrivibile alla prima età imperiale e che parla di Marcus Paccius Marcellus della tribù Galeria, ex primopilo (centurione anziano della legione), della IV legione scitica, nel muro del campanile di S. Guglielmo sono anche inserite le insegne militari della stessa legione finora del tutto ignote e, sull’arco d’ingresso della stessa Abbazia, un rilievo con le decorazioni militari dell’ex primopilo (14). Note bibliografiche 1)Nel Museo Irpino sono conservati nel giardino due fregi dorici, a forma lineare, come quello di Bonito. Il primo contrassegnato con il n. 132 proviene da Atripalda (antica Abellinum) e reca tra i triglifi come decorazioni metopali, una testa coperta da elmo attico ed una figura virile di prospetto, rozzamente modellata, che nella mano sinistra, protesa verso il basso, impugna un pedum e, nella destra, ugualmente protesa verso il basso, uno scudo. Il secondo, contrassegnato con il n. 126 è di incerta provenienza; tuttavia non è da escludere che il suo rinvenimento sia avvenuto in territorio irpino. Le sue decorazioni metopali sono costituite da una palmetta a girali e da un bucranio o protome taurina. 2) M. Torelli. Monumenti funerari romani, in “Dialoghi di Archeologia” n. II anno I968. Sui Monumenti funerari romani, cfr. anche “Monumento funerario”, in Enciclopedia Arte Antica V, 1963. 3)M. Torelli, op. cit. 4)Per uno studio approfondito sull’arte “popolare” vedi “Introduzione” di R. Bianchi Bandinelli, in Studi Miscellanei 10, Roma 1966; dello stesso vedi anche “Arte plebea” in Dialoghi di Archeologia, anno I, numero 1, 1967. 5)M. Torelli, op. cit. 6)Per una conoscenza particolareggiata e analiticamente scientifica sulle decorazioni inserite nel campanile di S. Guglielmo al Goleto, vedi Filippo Coarelli “Su un monumento funerario romano nell’Abbazia di S. Guglielmo al Goleto”, in Dialoghi di Archeologia, anno I, n.1, 1967. Circa le vicende storiche dell’Abbazia del Goleto che, un’iscrizione inserita nel campanile, fa risalire la costruzione al 1152, si consiglia la consultazione dell’accurato lavoro di Franco Barra: L’abbazia del Goleto, Napoli, 1970. 7)Cfr. V.S. Maria Scrinari. Sculture romane di Aquileia, illustrazioni, 395-399, 1972. Frammenti di sculture che recano due delfini ed il tridente sono inseriti nella parete del Patheon che fiancheggia via della Palombella. 8)M. Torelli, op. cit. 9)Scavi di Ostia I, parte I, 14 a cura di Guido Calza, 1973. 10)Cfr. Marina (greca e romana) di C.S.G., in Dizionario di Antichità Classiche di Oxford, Roma, 1963. 11)Cfr. Babelon. Description des monnaies de la rèpublique romaine, II, p. 462 e ss. (denario n. 4). Bologna 1963. 12) I due delfini potrebbero anche significare che il Classarius (marinaio) Aeclanum, più che ricoprire un incarico importante, abbia preso parte ad un duplice scontro navale. 13) Filippo Coarelli, op. cit. 14)Filippo Coarelli, op. cit.

Di Consalvo Grella pubblicato il 27/04/2014 sul Quotidiano del Sud