Gli errori del Pd e la questione irpina

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Il voto narra di un Pd allo sbando. Nelle grandi città, in Campania (fatta eccezione per Salerno e, in parte, Caserta) e in Irpinia. Cancellata la vecchia geografia politica non se ne delinea una nuova. Sono il protagonismo individuale, la protesta corale, il peggiore municipalismo arroccato, a disegnare il nuovo panorama. Certo, si tratta di un voto amministrativo nel quale prevale la lotta sotto il campanile, ma non si può non affermare che esso avrà dei riflessi sul piano politico generale e, probabilmente, sullo stesso governo Renzi. Il quale stavolta lascia la strada del trionfalismo e avvia una severa autocritica. La sua insoddisfazione è una presa d’atto di un partito senza politica, avvitato su un apparente decisionismo, ma, nella sostanza, poco incisivo tra le comunità. Non basta il suo cerchio magico per cambiare e innovare. Occorre molto di più. Intanto è utile non rottamare la storia, con la semplice sostituzione delle persone, ma aprirsi al recupero della memoria che ha fatto grande questo paese. C’è anche in questa penalizzazione democrat il conflitto che il premier e segretario del partito ha voluto pervicacemente, e con ostinazione, mettere in campo sul tema delle riforme costituzionali. Troppo rapida la sua decisione, intransigente la volontà di vincere una battaglia, orribile la concezione che si governa a colpi di fiducia e con la sola maggioranza. E poi i benefici che si traducono in nuovi sacrifici per dare sostegno ad un debito consolidato di un paese che lentamente, ma inesorabilmente, scivola sempre più verso il basso. Interventi di facciata senza politica, lontani da scenari positivi, che rispondono molto spesso al nefasto gioco dell’annuncio senza il fare. Questo racconta il voto di domenica che, tra l’altro, denuncia anche il limite di guida di un partito e, contemporaneamente, di un governo. E’ vero. La suggestione della mancanza di alternativa, che si trasforma in paura di un salto nel buio, incide oggettivamente sul presente, rendendo possibile il galleggiamento di un esecutivo afflitto dalle emergenze. Le urne, se da un lato denunciano la fine del bipolarismo, non consentono di disegnare un orizzonte rassicurante. Il centrodestra, frantumato in tanti rivoli, non offre garanzia. I Cinquestelle, come tutti i movimenti che nascono e si affermano nel breve tempo, snatura il proprio ruolo per assenza di esperienza, pur mantenendo alta l’asticella della questione morale. E’ l’urlo romano. Il Pd paga nella capitale anche la mediocre operazione consumata nei confronti di Ignazio Marino, messo all’indice, trasformando verità in bugie, portando sulla scena amare vicende già descritte un decennio prima nel saggio “Roma criminale”, finito nel dimenticatoio. Ed è così che sul lungotevere una giovane dal volto pulito, fulminata dal dire di Grillo, ha sconfitto un centrodestra diviso e litigioso, dando smacco, per ora, a Giachetti, costretto ad inseguire. Dovrebbe preoccupare, e non poco, inoltre, la rilevante assenza dei simboli dei partiti in questa mini competizione elettorale e il calo della partecipazione al voto che rappresentano il sintomo di un grave malessere dei partiti. Da una parte essa denuncia il fallimento di organizzazioni capaci di aggregare il consenso (si pensi alle vecchie sezioni dei partiti sostituiti dai comitati ad personam) e, dall’altra, un quasi pudore a non sfidare troppo l’intelligenza degli elettori.

La crisi del Pd in Campania, letta sulla base dei risultati di domenica, pur confermando una generale tendenza nel Paese, dice anche che essa ha una spiegazione diversa. Il partito fantasma, il Pd, raccoglie cocci dappertutto. Non a Salerno. Qui ogni spiegazione potrebbe risultare scontata. Intanto la città di Alfonso Gatto ha avuto dal dopoguerra ad oggi sindaci che l’hanno amata, trasformata, innovata, resa produttiva. Dall’indimenticabile Alfonso Menna a Vincenzo De Luca è stato un susseguirsi di trasformazioni in positivo. Ciò ha reso coeso e fiduciario il rapporto tra cittadini e amministrazione. Ha funzionato la mediazione politica, ma soprattutto il decisionismo del sindaco-sceriffo Vincenzo De Luca. Il quale, diventato presidente della giunta regionale della Campania, si è talmente speso per la sua città da far temere ai napoletani che l’asse del potere stava ( e sta) per trasferirsi nella realtà salernitana. Ancora fino ad ieri qualcuno ragionava in termini di “salernocentrismo” rispetto all’antico male del “napolicentrismo”. In questa operazione De Luca ha coinvolto Matteo Renzi, lo stesso che all’atto della sua candidatura alle primarie per le regionali, aveva preso le distanze, per poi benedire la sua vittoria, ascriverla a suo merito, dandogli sostegno nelle opere da realizzare in Campania. Che, Salerno a parte, non sono state convincenti. La bonifica di Bagnoli, le continue trasferte elettorali del premier in Campania hanno insospettito l’elettorato che, almeno sino ad ora, ha premiato il ribellismo del sindaco uscente De Magistris, mai tenero nei confronti del premier. Ma a Napoli il voto dice tante altre cose. Racconta di una tormentata scelta del candidato sindaco. Denuncia il voto truccato, comprato, e venduto e l’assoluzione dei responsabili con un colpo di spugna. Scrive una pagina buia nei confronti dell’ex sindaco e presidente della Regione Antonio Bassolino, fatto cenno a insopportabili tentativi di emarginazione, dimenticando che proprio l’ex ministro del Lavoro era stato il sindaco della rivoluzione culturale (il così detto Rinascimento napoletano) nel suo precedente mandato. Questa ostinazione della rottamazione e della sostituzione delle persone da inserire nel cerchio magico renziano hanno fatto sì che Napoli e il Pd ricevessero una umiliazione senza pari, fino al punto che neanche la consolazione di un difficile ballottaggio è stato consentito ai seguaci di Tartaglione. Ora Renzi tenta di correre ai ripari. Invoca il commissariamento del partito. Rende operativo il detto: dopo l’avvenuto furto ci si attrezza con robusti cancelli in ferro. Troppo tardi. Ma oltre ciò, un’altra riflessione va fatta. Riguarda l’alleanza con il transfuga Verdini. In pochi giorni l’ex berlusconiano ha messo all’indice valori che trasudano impegno civile nella difficile lotta contro la camorra. Ha gridato perchè fosse tolta la scorta a due protagonisti dell’orgoglio napoletano, Roberto Saviano e Rosaria Capacchione; ha fatto ricorso a quell’elettorato nebuloso che agita il malaffare nel casertano; ha indispettito, con l’ arroganza di chi crede di essere determinante per il risultato elettorale, la Napoli europea, colta, orgogliosa della sua storia civile e, tuttavia, soffocata da quella malapianta che è supportata da logiche di potere senza politica. Negli altri capoluoghi di provincia, Caserta e Benevento, il Pd va, ma ha il fiatone grosso. I ballottaggi saranno decisivi. Specie nel Sannio dove Clemente Mastella, con il suo notevole bagaglio di esperienza politica e amministrativa (nel passato è stato sindaco di Ceppaloni, suo paese natale), non ce l’ha fatta a raggiungere il traguardo nel primo turno.

E veniamo all’Irpinia. Qui davvero la geografia politica di antico prestigio (anche se non sempre), è stata cancellata. La nuova alleanza tra parte del Pd e Udc ha sbaragliato il campo. A Lioni, a Montefalcione, ad Aiello del Sabato, a Guardia dei Lombardi, a Teora, a Serino, a Torella, a Lacedonia e a Monteforte, il tandem Rosetta D’Amelio- Ciriaco De Mita ha funzionato alla perfezione rendendo evidente il compromesso sottoscritto in occasione della elezione della presidenza Asi. Qui le interpretazioni possono essere le più diverse. L’interrogativo: è il leader di Nusco che ha intessuto la strategia ricavandone utilità elettorale o è il Pd che in provincia di Avellino sempre più veste gli abiti (per la verità abbastanza fantasiosi) di Rosetta D’Amelio? Ed ancora. Questa alleanza è da intendersi come una occasionale convenienza o, invece, è un seme per una ipotesi di rifondazione della politica in Irpinia? Una risposta convincente appare difficile, anche se il pensiero corre alla suggestione per qualcosa che nasce o potrebbe nascere. Non solo. Il fatto che molti dei Comuni dell’Alta Irpinia, chiamati al voto, siano stati protagonisti di questa alleanza potrebbe essere spiegato anche come l’effetto indotto di quel progetto pilota che sta rendendo coeso il tessuto dei comuni altirpini. Nei quali il ruolo dell’ex presidente del Consiglio dei ministri e quello dell’attuale presidente del Consiglio regionale ha radicalmente un interesse territoriale. In ultimo: quali effetti potrebbe avere questa nuova geografia sul futuro del Comune capoluogo, che appare sempre più traballante? Comunque sia in Irpinia il Pd ha dimostrato forti limiti. Diviso, litigioso, schierato sul nulla, assente sui problemi, prigioniero di vecchie logiche democristiane e di ribellismo comunista non riesce ad essere interlocutore credibile. Offre più l’immagine di una aggregazione di furbetti che quella di chi ha l’ambizione di rendere nobile la politica intesa come valore verso il bene comune.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa